Quando i libri sbagliano

Trizzino

Lo avevamo già letto e non c’erano stati commenti.
Son piccoli. Posso pretendere senso critico da bimbetti di terza elementare?
Be’, almeno posso cercare di suscitarlo.

Leggiamo dal sussidiario:

L’uomo da tempo aveva capito che, se si associava con i suoi simili, aveva maggiori possibilità di sopravvivere. Per questo si riunì in gruppi che comprendevano più famiglie, chiamati clan.

Mi accerto che abbiano capito. Poi domando: «Vivono in gruppo soltanto gli esseri intelligenti capaci di capire i vantaggi della vita sociale?»
Restano un po’ perplessi. «Sì» risponde Flojera che tira spesso ad indovinare. Subito Kebede, vero bastian contrario, assume subito la posizione opposta. Nessuno dei due motiva la sua risposta. Gli altri si schierano a simpatia.
«Kebede sai dirci perché hai risposto “No”?»
Fa un po’ di smorfie. Prende una posa da vecchio saggio ispirato da potenze superiori e risponde: «Anche le sardine vivono in gruppo, anche le iene, le formiche, i piccioni…»
«Ma il nostro libro…» Han capito tutti, persino Caterina, sempre in ritardo. «Il nostro libro potrebbe sbagliare».
Mi chiedono anche come possiamo essere sicuri che i gruppi fossero chiamati clan. Spiego: «Siamo noi, uomini di oggi, a chiamarli, qualche volta, clan». Però non hanno del tutto torto. Il testo è ambiguo.

Poche righe più sotto troviamo queste parole:

Tutti prendevano parte alle decisioni comuni, anche se probabilmente il cacciatore più esperto dirigeva le lunghe battute di caccia.

Sembra scritto da un liceale pasticcione. Pazienza.
Chiedo ai bambini: «Quali fonti permettono di dire che tutti prendevano parte alle decisioni comuni?»
Sbarrano gli occhi. «Perfido uomo, cosa vuoi mai da noi?». Non lo dicono, si legge negli sguardi. Caterina cerca di rispondere e si perde in un dedalo di parole in disordine.
Insisto. Voglio sfruttare l’istinto di Kebede.
Si aggroviglia sulla sedia, si dondola scimmiesco, poi azzarda: «Non c’è niente di scritto, ce lo hai spiegato tu. Come facciamo a sapere in che modo prendevano le decisioni?»
Ottimo. Anche questo è chiarito.

Ma non basta. Il libro prosegue:

La vita in comune e la necessità di scambiarsi informazioni permisero di passare da un linguaggio solo gestuale a un linguaggio fatto anche di parole.

Questa volta non è semplice. Wikipedia. Cerchiamo “Linguaggio” e ci imbattiamo in Noam Chomsky. Devo spiegare parola per parola, ma capiscono. Se la nascita del linguaggio dipendesse soltanto da esigenze di tipo pratico, non si giustificherebbero le somiglianze tra le strutture fondamentali di lingue molto lontane tra loro e non si spiegherebbe perché alcune persone compiano errori grammaticali per motivi genetici ereditari.
Questa volta lo dico io: la spiegazione del libro potrebbe anche essere sbagliata.

Beh, per oggi basta. Abbiamo esaminato pochissime righe del libro, ma possono ben dire d’esser stanchi.

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