La chiamano aula

Per fortuna son pochi, soltanto sei. Ma son troppi per lo spazio a disposizione.
Sì, lavoro con i miei alunni in uno sgabuzzino: un armadio, uno scaffale, la macchinetta per il caffè, due banchi, qualche seggiola. Stiamo gomito a gomito, non è soltanto una frase fatta. Se un bimbetto si muove, dà subito fastidio ad un altro e qualcuno, ahimè, sopporta poco.
Per fortuna c’è anche un computer, l’unico della scuola. Funziona male e si spegne da solo all’improvviso, ma la linea è buona. Attacco il mio portatile ed il web è a nostra disposizione. Ci basta anche per un nostro piccolo blog.

Siamo separati dall’auletta vicina soltanto dall’armadio. Sentiamo tutto quel che gli altri fanno e dicono e loro sentono noi.
Cerco sempre di parlare a voce bassa. Invito anche i bambini a farlo. Ma, si sa, non sempre riescono. All’inizio era un bel guaio. Un bambino dell’altro gruppo, grande e grosso, con un vocione da basso, gridava: «Silensio, state sitti!». Sua sorella, dalla mia aula, rispondeva con voce altrettanto possente: «Vafanculo!». Dagli amici del maschietto si levava un coro di proteste e ci voleva un quarto d’ora per riprendere.
Non succede più ed è un bel sollievo.

Eh sì, la scuola è anche questo: bambini reali, non quelli dei libri di pedagogia. E le regole per riuscire non sono uguali per tutti. Siam tutti diversi ed ognuno deve trovare la sua misura.
La mia, purtroppo, era ormai tarata su un’altra fascia di età. Un po’ di metodo socratico posso ancora permettermelo, ma a piccole dosi.

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