Contini e la morte

«Sono vecchio – pensava il ragionier Contini – Ormai incontro vecchi amici e colleghi ai funerali. Due, in poco tempo, anche se tanto diversi: uno civile, l’altro religioso.
Com’è duro il funerale civile! Il dolore si esprime disordinato, fatica a prender forma. L’angoscia non incanalata trabocca in risatine nervose.
Il funerale religioso, invece, dà forma alla sofferenza. È come un balsamo sulle ferite. Un professionista del dolore prende la parola sull’altare. Le formule abituali imbrigliano lo spasimo, lo piegano a gesti noti, nell’abbraccio di una comunità. La preghiera ed il canto sono come una ninna nanna che accompagna al sonno eterno».
Era comunque irritato Contini. La morte (degli altri) lo turbava fisicamente. Il corpo reagiva. La bocca era secca ed amara.
L’abituale lettura del libro della Sapienza, sentita purtroppo tante volte, gli sembrava un’orrida finzione

Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.

Era piuttosto dalla parte di quelli che

Dicono fra loro sragionando:
“La nostra vita è breve e triste;
non c’è rimedio, quando l’uomo muore,
e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi.
Siamo nati per caso
e dopo saremo come se non fossimo stati.”

E tuttavia gli veniva spontaneo ripetere in coro con gli altri le parole del Padre Nostro, stringere la mano al segno della pace e pronunciare il suo amen. Si sente meno male quando si saluta tutti insieme una persona che ci ha lasciato.
Si sente meno male, ma è pur sempre una finzione.
Per fortuna, fuori dalla chiesa si incontrano tante persone non viste da anni. Ci si informa e la vita riprende subito il sopravvento: il vecchio collega ora in pensione, il giovane che ha fatto carriera in un’altra ditta e ti ringrazia per quello che gli hai insegnato.

A casa, dopo il funerale, gli rimaneva una sorda inquietudine. Si era sempre interrogato sulla morte, chi non lo fa?
Era della vecchia generazione. Studiare ragioneria gli aveva dato un metodo ed aveva fatto buone letture: persino Philippe Ariés col suo L’uomo e la morte dal Medioevo ad oggi e un tentativo con gli strani deliri di quel tal Heidegger e il suo “vivere per la morte”: bella idiozia!
Per quanto si interrogasse, non gli sembrava ci fosse risposta.
Si sedette in poltrona. Accarezzò il gatto per ottenere quel ron ron, tanto prezioso nella casa vuota, e si mise a fissare il buio fuori dalla finestra.
Il campanello.
«Lasciamo che suonino».
Ancora il campanello.
Si alzò pigro, aprì piano la porta e: «Ancora tu? Oggi non ho proprio voglia di vederti né di parlarti. Perché non vai a far visita a qualcun altro? Ho già sentito la tua Parola in chiesa»
Un quieto sorriso. «Quale Parola? Quella la tirano da tutte le parti. Fammi entrare ed offrimi qualcosa».
«Guarda che di Vin Santo non ne ho più. Solo una bottiglia di Inferno. Ti va anche quello?»
«Vada per l’Inferno. Ne bevo sempre un po’, quando passo in Valtellina. Son sicuro che sarà buonissimo».
Contini stappò la bottiglia. Versò due bei bicchieri e si sedettero mentre il gatto si strusciava ora sulle gambe dell’uno ora sulle gambe dell’altro.
Restarono un po’ a guardarsi in silenzio, assaporando il rosso profumato.
Poi Contini sbottò: «Quarantaquattro anni aveva e dei figli. Tu non c’entri nulla? Che hai da dire questa volta? Che senso ha questa vita dominata dal caso, che senso ha questo destino di morte?»
«Vedi…» provò a dire l’ospite. Ma contini riprese: «Non venirmi a raccontare che la morte è richiesta dalla vita stessa. Può andar bene per le formiche. Non dirmi che l’individuo deve morire nell’interesse della specie. Andrà bene forse per i conigli, ma per gli esseri umani?». E concluse amaro: «Non importa, tanto anche queste sono chiacchiere inutili. Non cambiano niente».
Dio bevve un sorso di Inferno: «Buono! E c’è anche chi lo proibisce in mio nome».
«Non hai niente di meglio da dire? Lo so anch’io che è buono. L’ho comprato per quello».
«Beh – fece Dio – l’argomento è spinoso, ma vorrei farti una domanda. Tu non ammiri quegli uomini e quelle donne tanto generosi da sacrificare la loro vita per gli altri?»
«Li ammiro, sicuro, ma con questo?»
«Ecco, vedi, questa vita è importante, ma ci sono cose che contano di più, cose per cui si è disposti a perderla».
A Contini il vino andò quasi di traverso: «Troppo facile, caro mio. Ti godi la vita eterna, la beatitudine e vieni a pontificare sulla nostra morte. Sì, lo so, la solita storia di Gesù morto in croce. Ma aveva ragione De André: “Con troppe lacrime, piangi Maria solo l’immagine di un’agonia. Sai che alla vita, nel terzo giorno, il figlio tuo, farà ritorno”».
«Non è così, caro Contini. Anch’io so che cosa sono morte e sofferenza. Le sperimento ogni giorno, le provo con voi. Tra i tanti nomi che mi danno, quello che preferisco è proprio “Dioconvoi”».
Contini non era convinto. Avrebbe voluto protestare, ma suonava il telefono e si svegliò sulla poltrona con il gatto acciambellato sulle sue gambe. Tutto era in ordine. Alzò la cornetta del telefono. Avevano sbagliato numero.
Si sedette, versò un altro bicchiere di Inferno e bofonchiò: «Se non è solo un sogno, dovremo parlarne ancora. Non mi hai proprio convinto».

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