Noi combattiamo ancora passo passo con il gigante caso, e sull’umanità intera ha dominato fino ad oggi l’assurdo, il senzasenso.
Friedrich Nietzsche
Ci sono per caso, come tutti.
Un po’ prima, un po’ dopo: lo spermatozoo sarebbe stato un altro. Una persona diversa porterebbe il mio nome o forse no: una donna non si sarebbe chiamata “Angelo” e di “Angela” c’era già mia cugina, nata, anche lei per caso, due mesi prima.
Ci sono per caso, come tutti, e per caso continuo ad esserci.
Era stato mio padre a protestare con la suora: «Suora, ch’el li l’è no ‘l me fiö, l’è negher». Appena in tempo. Mi avevano tolto subito dall’incubatrice, non respiravo più. Poi lo schiaffo e il pianto: dolore e vita.
Primi anni malato: mia madre mi cullava automaticamente, anche quando non mi aveva in braccio.
Dopo l’operazione ero cresciuto bonaccione, goffo e maldestro.
A tre anni, nel cortile della nonna, dove rotolavo nella polvere tra le galline, una grossa scala da lavoro, pesante e massiccia, mi era caduta addosso, proprio in testa.
Mia madre in abiti da lavoro, mi aveva raccolto, insanguinato, ed era corsa in strada. Si era fermata un’auto elegante, che avevo riempito di vomito. E subito all’ospedale. Conseguenze? Non lo so: ero piccolo. Di sicuro qualche anno di strabismo.
Due volte investito negli anni delle elementari. Brave persone: mi avevano soccorso subito.
A dieci anni un cugino mi aveva buttato nel fiume: per insegnarmi a nuotare. Sono sempre qui: era faticosamente riuscito a ripescarmi. Ed ho poi imparato in un altro modo.
Negli anni del liceo sono sfuggito ad una molotov, agli spari dei poliziotti, ad un tram che mi aveva investito.
Non starò a parlare dell’automobile: avrete provato anche voi.
Ci sono, ci siamo per caso: proprio tutti.
Eppure Nietzsche sbaglia: basta un attimo di gioia per illuminare la vita.