vita da prof

8 Gennaio 2007

la prof di francese

Archiviato in: il prof studente — vitadaprof @ 12:59 pm

In quinta ginnasio la Pandini non c’era più. Anche i prof non potevano restare in servizio oltre i 70 anni.
Al suo posto c’era una graziosa bionda trentenne.
Violando le raccomandazioni di don Tarcisio, sbirciavo quanto possibile sotto la cattedra o lasciavo che l’occhio si posasse su quanto la scollatura lasciava vedere.
Con le compagne pudibonde e in calzettoni non era lo stesso.
Adesso si dice che era l’epoca della Rivoluzione sessuale, ma, giuro, io non me n’ero proprio accorto.
Ero al primo banco alla sua destra, alto quasi 1,80, con una morbida barba poco curata, venti chili meno di adesso, sempre in giacca e cravatta e la fissavo per tutta la lezione. Non potevo passare inosservato.
Ben presto venne il momento della mia interrogazione. Ero in piedi vicino alla pedana che si usava allora per tenere cattedra e prof un gradino sopra gli studenti.
Dopo le prime domande la prof mi chiese di salire sulla pedana e già, dato il punto di osservazione privilegiato, il mio francese fu più incerto.
Allora mi invitò a prendere una sedia, per stare più comodo e concentrami meglio.
Non avevo fatto in tempo a sedermi che mi disse di avvicinarmi a lei con la sedia in modo da poter leggere sul suo libro.
Fu così che mi trovai coscia a coscia con l’oggetto delle mie fantasie. Sentivo la sua gamba contro la mia, l’occhio tendeva più alla scollatura che alla pagina e la voce di don Tarcisio echeggiava lontana.
La prof mi mise un braccio sulla spalla. Ero paonazzo, viola, travolto dall’imbarazzo anche per reazioni fisiche difficili da controllare e da nascondere.
Alla fine dell’interrogazione mi disse: «Sei bravino, ma hai bisogno di un po’ più di esercizio. Se vieni qualche pomeriggio a casa mia, posso aiutarti.»
Don Tarcisio ebbe la meglio. Non andai mai a casa sua, non la fissai più e quando mi interpellava, cercavo di parlare di politica.
Giulio, invece, diceva di esserci andato e raccontava cose da Mille e una notte. Non gli credevo, ma peccavo ugualmente di invidia.

7 Gennaio 2007

Anch’io ho copiato

Archiviato in: il prof studente — vitadaprof @ 12:38 pm

Si studiavano poco e male le lingue straniere al liceo classico, quando ero ragazzo.
In quarta ginnasio avevo la professoressa Pandini, 70 anni compiuti e non cedeva ancora, anzi, faceva il doppio lavoro e insegnava anche in corsi privati.
Cantoni, il pluriripetente che sedeva dietro di me (quando non bigiava), sottovoce la insultava ossessivamente per ore. L’insulto meno pesante era: «Pandini, hai la figa di gomma. Pandini, hai la figa di gomma. Pandini, hai la figa di gomma. Pandini, hai la figa di gomma…». Ma di lui i prof non si curavano: lo davano per spacciato.
Di fianco avevo Negri, che approfittando dei cattivi insegnamenti che mi avevano dato i preti, continuava a pizzicarmi invitandomi al perdono. Avrei potuto spiaccicarlo, il nanetto, ma avrei dovuto fare i conti con il senso di colpa come quando all’oratorio avevo gonfiato la faccia a quel tormento di Beretta: sembrava Ercolino sempre in piedi e ad ogni schiaffone si faceva sotto pronto a prenderne un altro finché non era intervenuto don Tarcisio. Non mi aveva nemmeno rimproverato e un motivo doveva esserci, ma era bastato il senso di colpa nei giorni successivi alimentato dal vedere lo sconfitto così mal ridotto.
E Negri ne approfittava. Fu un sollievo sapere a giugno che lo avevano segato. Non so se potesse esser considerato un peccato anche il godere della sua bocciatura, ma mi sembrava un trionfo della giustizia più ancora che per Cantoni.
Ma stavo parlando della Pandini. Si era accorta che copiavo e lo diceva: «Raganini, tu copi!». Così, ad ogni compito in classe, si metteva in piedi davanti al mio banco: ero un sorvegliato speciale. Mi osservava pronta a vedere se mi ero scritto sulle mani, se avevo foglietti nascosti, se c’erano annotazioni sul righello…
E io copiavo. Con la più grande naturalezza aprivo il libro lasciato sul banco o usavo fogli protocollo uguali a quelli del compito. Ogni volta, tra lo stupore dei miei compagni, il giochino riusciva.

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