Signi ha un sogno: riscattare l’onore asburgico umiliato dalla sfrontatezza di D’Annunzio.
Eccolo accontentato.

Signi ha un sogno: riscattare l’onore asburgico umiliato dalla sfrontatezza di D’Annunzio.
Eccolo accontentato.

Quinte in visita al Ciclotrone del vicino ospedale. Ci vanno ogni anno, ma non sono mai stato tra gli accompagnatori.
Nessuno degli studenti sembra particolarmente turbato. Mario Signi, invece, sembra un contatore Geiger impazzito. Ticchetta frenetico e pensa alle foto dei tumori che gli hanno mostrato.
Eppure dal raggio della morte è tornato vivo.
«Mi sembra un presagio» mormora afflitto.
«Certo Mario, prima o poi morirai» rispondo perfido.
«E alla LIDL non c’erano più le scarpe in offerta» aggiunge tornando alla vita.

Mi ferma Cuffietti: «Non c’è nessuno per la supplenza. Mi hanno detto di smembrare la classe. Ti lascio due ragazze tranquille». Poi vede Zampara trasformarsi in un polipo pronto ad allungare i tentacoli. Cambia idea: «Ti lascio due maschietti. Sono tranquilli e non ci sono controindicazioni».
Bravo Sergio, questo si chiama acume.
È bello avere colleghi così.

Ammettiamolo, ci sono dei prof che, chiusa la porta della loro classe, si sentono inferiori soltanto a Dio e forse neanche lui perché, dicono, non c’è.
E come Dio vogliono fare: «Plasmiamo l’alunno a nostra immagine e somiglianza».
Vorrebbero riconoscere la loro immagine nel volto di ogni studente. Per fortuna non sempre ci riescono.
Ad altri piace giocare al Giudizio Universale. Sono forse i più pericolosi. Guardano dall’alto gli studenti e sono pronti a dividere le pecore dai capri. Ma anche le pecore non devono sentirsi troppo sicure. A questi, ahimè, il gioco vien bene, al punto che riescono persino a far credere di essere bravi.
Dal mio diario: 4 novembre 2005
Torno a scuola dopo 20 giorni di malattia. Lascio l’automobile nel parcheggio e mi avvio zoppicando verso l’ingresso della scuola. Sorrido e pregusto la calda accoglienza che, solitamente, i colleghi riservano a chi rientra dopo un’assenza per motivi di salute.
Quando, finalmente, varco la porta della sala prof, vengo accolto da un «Oh, no…» detto in coro da colleghe e bidelle.
Al mio sguardo tra l’interrogativo e l’interdetto replicano: «Il tuo supplente era così bello…».
Già! Giovane, bello, Bonazzi di cognome. Che si chiamasse anche Eros di nome?
Mi lecco un po’ la ferita narcisistica parlando con Signi del 4 novembre (per un asburgico come lui conta soltanto San Carlo) e finalmente raggiungo la classe. Racconto subito l’episodio agli alunni e le belle risate mi riconciliano col mondo.
Ride Cuffietti: prende le interrogazioni per il verso giusto.
Ha interrogato Battocchi e gli ha chiesto come Democrito sia giunto all’idea dell’atomo. La serissima risposta è stata: «Ha usato il microscopio!»
Basterà una riforma della scuola o abbiamo proprio bisogno di un miracolo?
Sergio Cuffietti ride da solo mentre sistema il registro. Io sono un gran curioso; non resisto e gli chiedo il perché di tanto buonumore.
«Le interrogazioni – mi risponde – le interrogazioni. Ho sentito Castoldi su Eraclito. Mi ha detto che tutto scorre, soprattutto i veleni. Quando son scoppiato a ridere, ha reagito sdegnato: “Ma professore, c’è scritto sul libro!”»,
Cuffietti ride, ma è un riso indulgente. L’equivoco era possibile: al povero Castoldi manca ancora il lessico tecnico.
Provo anch’io. In terza faccio leggere un frammento dell’Oscuro Eraclito:
Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume, né toccare due volte una sostanza mortale nello stesso stato; per la velocità del movimento, tutto si disperde e si ricompone di nuovo, tutto viene e va.
Poi chiedo a Grandi di spiegare: «Facile, professore! Vuol dire che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume perché l’acqua scorre e il fiume cambia e non si può toccare due volte una sostanza mortale perché si muore e si diventa cadaveri».
Sorrido, indulgente, ma non troppo: «Abbiamo già incontrato il termine filosofico sostanza. Che cosa vuol dire?»
Per fortuna molti lo sanno ed il frammento viene correttamente interpretato.
Non ne ricordo il nome. Non era molto alto, ma era massiccio e poderoso. La maglietta non riusciva certo a nascondere la muscolatura possente. Era stato un campione di sollevamento pesi ed era, si fa per dire, il mio prof di educazione fisica.
Di solito, quando arrivavamo, non controllava nemmeno che ci fossimo cambiati. Ci diceva: «Questa è la palla». Poi se ne andava nella palestra femminile. Probabilmente corteggiava la collega.
Oggi personaggi simili non ce ne sono quasi più, tranne forse il prof Bene.
Bene non è nemmeno laureato. Non ha fatto l’Isef. Ha cominciato ad insegnare educazione fisica dopo il diploma di scuola superiore. Allora i diplomati Isef non erano sufficienti. Infine è entrato in ruolo con una sanatoria.
Anche lui dà la palla e poi si mette a leggere il giornale. Non va nella palestra femminile: anche il corteggiamento delle colleghe gli riesce male.
È un Bene che la scuola potrebbe perdere senza danno.
dal mio diario - 30 ottobre 2004
La professoressa Bella si lamenta perché, come al solito, il computer in sala prof fa i capricci. Signi, col consueto umorismo (?) britannico sostiene che i computer non sono strumenti adatti ad esser maneggiati dalle donne. Ben altri sono i campi d’azione femminili! E con scarsa fantasia le consiglia di andare a lavare i panni…
Bella sta al gioco e finge di lavare un fazzoletto, ma le altre colleghe son già pronte alla disfida.
Per fortuna sono le 8,10 suona la campanella. Mario Signi proclama: «Il dovere ci chiama!».
Questa mattina vorrei far finta di essere sordo, ma lui, il Dovere, non Mario Signi, inizia a strepitare tanto forte da costringermi alla resa. Mai che si faccia gli affari suoi.
Per fortuna in classe le interrogazioni vanno bene.
Cantalupi ha una grande anima in un piccolo corpo. Così l’anima trabocca e si manifesta in forme e colori, in luci ed ombre.
Arriva la mattina col giaccone scuro, la sciarpa rossa e la barba anni ‘70. Manca soltanto Il Manifesto in tasca. Ma non ha poi nulla del rivoluzionario, se non la sofferenza che prova davanti all’ingiustizia.
Mite, premuroso, attento ai bisogni degli altri. È come dovrebbe essere un prof. Non a caso gli alunni lo amano e lo considerano un mito.
Negli anni ‘70 ebbe successo un libro intitolato Pigmalione in classe. Sosteneva che le aspettative degli insegnanti diventano facilmente predizioni del successo o dell’insuccesso dei loro alunni.
Cantalupi, qualche volta è più di Pigmalione. Fa fiorire il deserto.