Per anni ho detestato la bottega del barbiere: lunghe attese tra chiacchiere oscure per la mia ignoranza calcistica. Inutile rifugiarsi nella lettura: insulsi settimanali o giornaletti da sfogliare con finta distrazione.
Costretto a difendermi da lozioni, frizioni, creme, sgradevoli per odore, consistenza e… costo.
Invidiavo l’esperienza del mio amico Mario: nella bottega di suo padre aveva imparato a giocare a scacchi ed aveva dato il suo primo matto del barbiere. Mentre a me toccavano il Tempio dell’Acconciatura o Romano, campione italiano. E solo il nome bastava.
Infine ho raggiunto un approdo tranquillo. Due soci: un bresciano, un pugliese. Con me non parlano di calcio. Lavorano calmi, meticolosi e sorridenti, come fa chi ama il suo lavoro. Manifestano tranquilli le loro antipatie politiche.
E, senza enfasi, mi chiamano professore.