Protesta quando lo interrogo: «Non mi sembra giusto che mi interroghi in storia. Non ho dormito. Ho studiato tutta la notte per il compito di oggi. Non posso sapere anche storia. I libri stanno diventando un incubo, una prigione».
Non mi commuove.
«Da novembre ti sollecito perché tu ti decida a farti sentire su questa parte di programma. Siamo alla fine di maggio. Secondo te dovrei aspettare ancora?»
«Beh, allora mi rifiuto di rispondere».
«Ma io non rinuncerò a domandare».
L’ora dopo si presentano i genitori di Parletti. Bella ed elegante lei, sicuro e prestante lui. Vengono a chiedere quale destino la filosofia riserverà al loro pargolo. Ha raccontato che gli ho perfidamente chiesto cose di cui il libro non parla.
Non ho il libro con me e non posso controllare. Però ho annotato le domande fatte ad ogni studente. Apro il mio quaderno: «Il vostro figliolo è stato interrogato per ultimo – faccio osservare – e, prima di lui, hanno risposto alla stessa domanda dodici compagni…»
Non insistono.
«Però – dice il padre – studia moltissimo. Non c’è mai bisogno di sollecitarlo. Ha sempre i libri tra le mani. Non vuole distrazioni. Rimprovera la sorella che non studia».
Ho l’improbabile visione di Parletti asserragliato tra libri mentre respinge sdegnato la playstation che la perfida sorella gli porge.
Cerco di rimanere serio: «L’impegno viene prima o poi premiato. Se studia così tanto, riuscirà a dimostramelo nella prossima verifica».
Suona la campanella. Li saluto.
