vita da prof

14 Maggio 2008

aldilà

Archiviato in: generale — vitadaprof @ 12:06 am

La pira era pronta.
Il cadavere era stato onorato. Le donne lo avevano compianto: si erano percosse il petto e strappati i capelli con grida e lamenti. Lo avevano lavato e profumato, cosparso di fiori, avvolto nel sudario.
Poi c’era stata la processione funebre.
Accompagnati dal lamento dei flauti, i placidi buoi, insensibili al dolore umano, trainavano col passo consueto il carro del padrone.
E ora la pira era pronta. Il corpo disteso, pochi oggetti al fianco o ai piedi. L’urna per le ceneri preparata.

Un compagno d’armi aveva pronunciato l’orazione funebre. Sì, Aner era stato un prode. Non era indietreggiato di fronte al pericolo ed era tornato sopra lo scudo
Ecco le libagioni rituali e ancora lacrime.

Poi il silenzio. C’era sempre silenzio quando era il momento del fuoco, il momento del vero addio. E dopo non sarebbe rimasta che cenere…
Strano destino hanno gli uomini: affanno di vivere per lasciare soltanto un mucchietto di cenere presto dispersa. E forse il ricordo se ne andrà prima della cenere.

Una voce nel silenzio: «Ho sete!»
Chi osava disturbare un simile momento?
Ancora la voce: «Ho sete!» e un movimento del sudario.
Un brivido corse per le schiene. Il morto si lamentava. Avevano sbagliato il rito?
Alcune donne fuggirono urlando. Qualche uomo le seguì in silenzio. I più rimasero immobili, spaventati o fascinati. Nessuno osava farsi avanti, non la moglie, non la madre.
Il cadavere, se ancora si poteva chiamarlo così, si scosse, si liberò con fatica del sudario, guardò stupito intorno e ripeté: «Ho sete!». La serva, abituata ad obbedirgli, si avvicinò con il vaso delle libagioni ed egli bevve avido, come chi non beve da tempo, tra un mormorare di voci nervose.
Poi capì e disse: «Appena in tempo. Non è stato solo un sogno. Torniamo a casa».

Con lo stesso passo indifferente, dopo la morte, i buoi trainarono la vita.
La casa e la strada si riempirono di curiosi pronti a mangiare cibi preparati per il lutto: olive, focacce, dolci.

Nella sala grande, Aner raccontò.

Ero in prima fila, faccia a faccia coi nemici. Stanchi e sudati noi, stanchi e sudati loro. L’orgoglio cacciava la nostra paura e la loro. È strano essere così simili al nemico.
Un colpo violento sul mio elmo, un dolore mai provato, sangue dal naso. Poi mi trovai in piedi, accanto al mio corpo disteso e insanguinato e mi resi conto di esser morto.

Sentii una voce dalla collina: «Aner, Aner!» e iniziai a salire. Branchi di feroci lupi gialli, con la bava alla bocca mi si fecero incontro latrando e ringhiando. Ero terrorizzato. Cercavo di respingerli come potevo. Quando ormai stavo per soccombere e pensavo di essere sbranato, mi accorsi che non riuscivano ad azzannarmi: i loro morsi non mi davano alcun dolore. Potevo avanzare. Sulla cima incontrai un essere luminoso. Non distinguevo i suoi tratti, solo luce intensa, ma non fastidiosa, e una voce calda, rassicurante.
«Seguimi» mi disse e mi condusse dove le anime erano giudicate e destinate al premio o al castigo. Le azioni, le omissioni, i pensieri di ciascuno venivano pesati. I giudici, in grandi vesti bianche, sembravano benevoli, ma mi sentivo inquieto.
Non so che cosa ci fosse dopo il giudizio. La luce mi disse: «Non è il tuo momento. Torna e racconta quello che hai visto perché gli uomini sappiano che ci può essere un premio oppure un castigo».
Così mi ritrovai sulla pira e il resto lo sapete.

Grande meraviglia suscitò un città il racconto di Aner risuscitato. Il re e i sacerdoti decisero di trascriverlo nel tempio in lettere d’oro e di rappresentarlo in un grande bassorilievo.
Pellegrini venivano da terre vicine e lontane. La città ne guadagnò in fama e ricchezza. Aner fu onorato da tutti.

Un giorno, però, capitò in città un filosofo errante. Sentita la storia volle incontrare Aner e la sua famiglia.
Chiese quando Aner fosse caduto in battaglia e quando avessero poi fatto il funerale. «Dieci giorni dopo» gli risposero.
Chiese allora quale fosse lo stato del corpo. «Davvero mirabile – gli dissero – il corpo era incorrotto. Profumava degli unguenti con lo avevamo cosparso, non puzzava come gli altri cadaveri».

«Caro Aner – disse allora il filosofo – tu non sei mai morto e non sei risuscitato. Sei solo stato in punto di morte, ma non hai varcato la soglia».
«E quello che ho vissuto?» chiese Aner.
«Chi può dire quali e quante cose può provare un uomo in punto di morte? È un’esperienza estrema, in cui si vivono cose estreme».
Aner fu molto turbato.
La notizia si diffuse presto in tutta la città. I mercanti di ricordi ed i sacerdoti del tempio furono i primi a protestare. Accusarono il filosofo di empietà.
Trovarono presto consenso. Il processo fu rapido. Il filosofo empio venne condannato a morte e per lui non ci fu resurrezione.

2 Commenti »

  1. Allora: al di là del fatto che ho letto tutto e che mi è piaciuto sia il modo di scrivere che il contenuto, devo dire che, alla frase: “Una voce nel silenzio: «Ho sete!»” mi sono inizialmente immaginata che stessi raccontando le prove di uno spettacolo degli alunni, dove l’incauto che interpretava Aner, il non-morto, si era improvvisamente stufato di sudare sotto il sudario funebre.
    Spero di non essere ora accomunata al destino del filoso empio.

    Commento di La prof — 15 Maggio 2008 @ 9:57 am

  2. Grazie per la pazienza. Il numero dei lettori è inversamente proporzionale alla lunghezza del testo. E diminuiscono ancora di più quando non parlo di scuola.
    Mario Signi lo dice chiaro: «Quando non scrivi di scuola sei pallosissimo: il ragionier Contini è micidiale!»
    Ma che importa? Ogni tanto mi piace scrivere una cosa diversa.

    Ogni anno ci sono spettacoli degli alunni della mia scuola, ma se ne occupano altri: Tedio Tedich, Mario Signi, Rosa Devoti, il maestro Berardi.
    Quando ero maestro elementare, ogni spettacolo aveva le sue sorprese, ma sono passati vent’anni e ricordo male.

    Quanto al rischio di passare per un filosfo empio, è dietro l’angolo: brutti tempi. Anche Fini ha detto a Di Pietro di stare attento a quel che dice. «È solo un lapsus» ha commentato qualcuno per difenderlo. Come dire che la sua vera natura è emersa senza che lui volesse…

    Resistere, resistere, resistere…

    Commento di vitadaprof — 15 Maggio 2008 @ 2:49 pm

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