Totem e tabù
Ho capito perché la lezione su Rawls non è riuscita bene come sempre. Io non sono come sempre. Giorni sbagliati. E non so perché. Però so come uscirne: non devo cedere alla tentazione dell’indolenza.
Però non voglio nemmeno sciupare un momento forte del mio lavoro. Rawls è troppo importante per occuparmene quando non sono in forma. Così dedico la lezione alle riflessioni di Freud sulla religione.
Non posso lamentarmi. Lara Vanetta, feroce anticlericale, fa molte acute osservazioni e trova le somiglianze con Feuerbach. Brava.
Poi spiego la teoria sviluppata in Totem e tabù. La sintetizzo qui con una citazione presa da un altro libro.
Il padre dell’orda primitiva si era riservato, da spietato despota, il possesso di tutte le donne, uccidendo e cacciando i suoi figli, pericolosi come rivali. Un giorno i figli si riunirono, uccisero il padre, che era stato il loro nemico, ma anche il loro ideale, e ne mangiarono il cadavere. Dopo il delitto nessuno dei fratelli poté tuttavia venire in possesso della eredità paterna, poiché ciascuno lo impediva all’altro. Sotto l’influenza di tale fallimento e del pentimento, essi appresero a sopportarsi l’un l’altro, unendosi in un clan fraterno, retto dai principi del totemismo - destinati ad impedire la ripetizione del delitto - e rinunziarono tutti al possesso delle donne, causa dell’uccisione del padre. Ormai i membri del clan potevano unirsi solo alle donne estranee al clan. Si spiegherebbe pertanto l’intimo nesso che esiste tra il totemismo e la esogamia. Il banchetto totemico sarebbe la cerimonia commemorativa del mostruoso assassinio, dal quale deriverebbe l’umana coscienza della colpa (peccato originale), punto di partenza dell’organizzazione sociale da cui, a loro volta, prenderebbero origine, nello stesso tempo, la religione e le restrizioni morali.
Sigmund Freud, La mia Vita e la psicoanalisi, Mursia, Milano, 1970 pp. 109-110
Gli studenti osservano che sembra un romanzo dell’orrore. Credo abbiano ragione.
Sono contento. Continuo spiegando che, secondo Freud, la figura paterna venne interiorizzata come totem.
Poteva mancare la battuta di Zampara?
«Prooof – chiede ammiccante – come si fa ad interiorizzare un totem?»
«Se ti presti a far da cavia, possiamo tentare un esperimento»
Ridono e la lezione può continuare.
Zampara è uno stress. Mi consolo pensando che con Nico e Lino era peggio.

ho seguito il link a Nico e Lino.
Credo di essere impallidita.
Giuro, non mi lamenterò più dei miei.
Commento di La Prof — 6 Marzo 2008 @ 7:17 pm
E ovviamente sono anche andata a leggermi di Eugenio Orfei. Sì, non c’è male, ma ora sai che c’è di peggio…
Commento di La Prof — 6 Marzo 2008 @ 10:19 pm