Quinta B. Ho deciso di giocarmi un carico. La lezione su Rawls non mi ha mai tradito. Da anni ottengo una partecipazione intensa.
Non spiego nulla. Non seguo Rawls, ma penso di non tradirlo.
«Immaginiamo di trovarci tutti insieme in una sorta di limbo prenatale. Non siamo ancora nati e non sappiamo chi saremo dopo la nostra nascita. Non sappiamo se saremo uomini o donne, ricchi o poveri, sani o malati, intelligenti o meno».
Fisso Ghiaurov, che si atteggia a nazista, e continuo: «Tu, per esempio, potresti nascere ricco e bello, ma anche donna, falascia, disabile». Si tocca per il più banale degli scongiuri. Spero di aver colpito nel segno.
Poi riprendo: «Non sappiamo che posto avremo, ma possiamo stabilire adesso, prima di nascere, quali vorremmo fossero le leggi fondamentali della società che ci accoglierà».
Funziona?
Ahimè, funziona poco. Emergono un po’ di proposte: quelle giuste, ma senza entusiasmo.
E non capisco dove ho sbagliato.
Se volete saperne di più:
John Rawls, nato a Baltimora nel 1921, autore di un celebre libro, intitolato Per una teoria della giustizia.
Al centro della riflessione di Rawls stanno i problemi della giustizia sociale, cioè i problemi relativi a come distribuire fra tutti i vantaggi e gli oneri della vita sociale. L’indagine etica di Rawls investe dunque un campo meno esteso rispetto a quello di cui si occupano le etiche religiose o altre etiche filosofiche. I suoi problemi sono quelli che ci interessano come cittadini di una società democratica.
La difficoltà più rilevante per ogni etica filosofica è data dal problema della fondazione dell’agire morale: perché dobbiamo agire moralmente, piuttosto che secondo i nostri momentanei desideri, la nostra forza, il nostro comodo? Qual è la giustificazione razionale dei principi morali?
Rawls risolve il problema proponendo, come metodo di fondazione, un’ipotetica procedura di scelta o di scoperta dei principi di giustizia sociale, quale potrebbe essere effettuata da individui privi di informazioni circa il posto da loro occupato nella società. Egli usa, a questo proposito, i concetti di “posizione originaria” e di “velo di ignoranza”.
Il concetto di “posizione originaria” indica, con una specie di esperimento mentale, la situazione immaginaria in cui si verrebbero a trovare degli individui che dovessero stabilire con un contratto i principi di giustizia necessari per dar vita ad una società bene ordinata. In questa posizione originaria i contraenti si trovano in una situazione di ignoranza circa il loro posto nella società:
Non sanno qual è il loro posto nella società, la loro posizione di classe o il loro status sociale, la loro fortuna nella distribuzione dei talenti e delle abilità naturali, i loro più profondi propositi e interessi, o, infine, le loro particolari caratteristiche psicologiche. E, per assicurare l’equità fra le generazioni, dobbiamo aggiungere che le parti non conoscono a quale generazione appartengono; così sono anche vietate loro le informazioni intorno alle risorse naturali, al livello delle tecniche produttive, e simili.
I contraenti dunque non sanno se saranno ricchi o poveri, potenti o emarginati, bianchi o neri, maschi o femmine, musulmani o cristiani, malati o sani, nativi o immigrati, di destra o di sinistra.
Secondo Rawls, in una simile ipotetica situazione originaria, chiunque sceglierebbe il modello sociale che offre più garanzie alle persone svantaggiate e si verrebbero definiti i seguenti principi della giustizia come equità:
Primo principio. Ogni persona deve avere un ugual diritto al più ampio sistema totale di uguali libertà fondamentali compatibile con un simile sistema di libertà per tutti.
Secondo principio. Le diseguaglianze sociali ed economiche devono essere entrambe strutturate in modo tale da essere:
- per il più grande beneficio dei meno avvantaggiati (…) e
- collegate a cariche e posizioni aperte a tutti in condizioni di equa eguaglianza di opportunità
Tra i principi esiste, per Rawls, un ordine gerarchico ed il primo prevale sul secondo. Non si può barattare la libertà con un miglioramento materiale.
Ammetto che un po’ per l’ora e un po’ per la lunghezza ho saltato da “nato a Baltimora” fino alla fine. Noi non so nemmeno se nomineremo questo filosofo. Martedì, nella simulazione di terza prova, c’è filosofia. Argomenti: Popper e neopositivismo.
Commento di Mattia — 2 Marzo 2008 @ 1:00 am
Io non la farei tanto lunga sul neopositivismo.
Dedico anch’io molte lezioni al dibattito epistemologico, ma mi piacciono di più quelle spese per il dibattito sulla filosofia pratica. Etica e politica mi sembrano più urgenti.
Commento di vitadaprof — 2 Marzo 2008 @ 9:06 am
Credo che replicherò anche sui miei ragazzetti. Ce n’è qualcuno che comincia a somigliare a Ghiaurov. E poi ti dirò che cosa ne è venuto fuori.
Commento di Annalisa — 2 Marzo 2008 @ 9:45 am