Dal mio diario del 2003
Si presenta come «Capozzi Addolorata, la mamma di Caputo Assunta». È larga come un lottatore di sumo e non arriva al metro e quaranta. Sobria nel vestire, come la statua di una patrona meridionale nel giorno della processione. Beh, non proprio, ha anche qualcosa stile Luna Park.
Faccio tesoro degli insegnamenti di Signi e mi complimento per l’eleganza: è chiaro che si è messa in ghingheri per far bella figura.
Lo stanzino per il ricevimento è insolitamente gremito. Potrà ospitare un simile peso massimo?
La invito nell’Auditorium: «Potremo parlare più tranquilli».
Mi commuove il suo sguardo riconoscente, quello di chi ha sperimentato le pene della vita e sa apprezzare un gesto di gentilezza.
Scendiamo le scale. Ad ogni scalino una sorda vibrazione, un inquietante tremar di vetri. Non posso farne a meno: immagino sismografi impazziti.
Si accomoda su due poltroncine ed inizia a parlare fitto fitto. Ci si aspetterebbe un vocione possente. Invece, stupisce con un cinguettio flautato dalle sonorità aliene. Dapprima sembra parli un’altra lingua. Poi comincio a distinguere le parole.
Fossi un critico letterario, potrei apprezzare queste ardite costruzioni linguistiche, lodare l’adamantino nitore di espressioni che coniugano lo slang metropolitano e l’arcaismo dialettale, sostanziandosi in una felice sintesi formalmente nuova e travolgente. Ma non sono un critico e travolto lo sono davvero. Nel senso che capisco pochissimo e non riesco a fermarla. Dov’è l’interruttore? Come si spegne?
Apro il registro. Si immobilizza. Chiudo. Ricomincia a parlare. Riapro. Silenzio.
È chiaro: il registro è un pericoloso strumento. Può dispensare gioie o dolori. Come ingraziarsi quella divinità capricciosa?
La signora estrae dall’immensa borsa una grande vaschetta avvolta nella pellicola trasparente: «Professoreee, vi ho fatto le orecchiette. Le ho fatte con le mie mani».
Le spiego che ai pubblici dipendenti è proibito accettare regali. Sembra perplessa. Forse pensa che il dono sia troppo modesto. Dalla borsa estrae anche un salume: «Vi ho portato anche il capocollo. È buono. Ve ne taglio una fetta?»
Sfoglio il registro. Si ferma. Ne approfitto per rassicurarla: porti pure a casa i suoi doni. La sua Assunta è brava. Non c’è bisogno di regali ai professori.
Non del tutto rassicurata, commenta: «Studia, studia la figlia mia, ma poi piange che non ci ha dato il voto che voleva. Povera bambina…».
Bambina mi sembra forte per la sua creatura: ha le dimensioni di un’otaria coi brufoli. Però non commento e di nuovo la consolo: «Non posso ancora dare ad Assunta i 10 che vorrebbe, ma anche 8 o 9 sono voti molto belli».
Si rilassa la signora. Ora è tranquilla ed inizia a raccontare le sventure della sua vita, i cinque figli, le molte gravidanze: «Al consuttorio mi hanno detto di farci mettere il goldone, ma quello con lo sguardo mi mette incinta».
Questa però ve la racconto un’altra volta.
[...] è rivolta ai genitori dei futuri studenti universitari, magari anche a Capozzi Addolorata (→ Vitadaprof) e al padre di Vandalo (→ Milady de [...]
Pingback di 100 campus entro il 2010 « Cordef — 21 Febbraio 2008 @ 8:35 am