Ieri stavo spiegando Guglielmo di Occam in quarta D. Mai visti tanto partecipi. La luce brillava nei loro occhi e le domande fioccavano. Che cosa sarà mai successo?
Spiegavo che si tratta di un grande filosofo, di un vero genio, che lo ammiro. Presentavo i suoi punti di forza e, ovviamente, quelli che ritenevo fossero i suoi punti deboli. Spiegavo perché, a differenza di Duns Scoto, la chiesa non l’avrebbe mai proclamato beato. Chiarivo l’importanza e l’attualità delle domande che si poneva.
Insomma, le solite cose.
Perché allora tanto entusiasmo?
Ci ho pensato a lungo e credo di aver capito.
C’era qualcosa di diverso. Io ho sempre ammirato Guglielmo di Occam, ma si trattava di ammirazione professionale verso un grande che ritenevo sbagliasse. Ora non credo che abbia ragione, ma le sue domande mi interpellano più nel profondo.
Erano i miei interrogativi, le mie domande che stavo proponendo. E i ragazzi sentivano che c’era qualcosa di vivo in quel domandare.