Anch’io ho copiato
Si studiavano poco e male le lingue straniere al liceo classico, quando ero ragazzo.
In quarta ginnasio avevo la professoressa Pandini, 70 anni compiuti e non cedeva ancora, anzi, faceva il doppio lavoro e insegnava anche in corsi privati.
Cantoni, il pluriripetente che sedeva dietro di me (quando non bigiava), sottovoce la insultava ossessivamente per ore. L’insulto meno pesante era: «Pandini, hai la figa di gomma. Pandini, hai la figa di gomma. Pandini, hai la figa di gomma. Pandini, hai la figa di gomma…». Ma di lui i prof non si curavano: lo davano per spacciato.
Di fianco avevo Negri, che approfittando dei cattivi insegnamenti che mi avevano dato i preti, continuava a pizzicarmi invitandomi al perdono. Avrei potuto spiaccicarlo, il nanetto, ma avrei dovuto fare i conti con il senso di colpa come quando all’oratorio avevo gonfiato la faccia a quel tormento di Beretta: sembrava Ercolino sempre in piedi e ad ogni schiaffone si faceva sotto pronto a prenderne un altro finché non era intervenuto don Tarcisio. Non mi aveva nemmeno rimproverato e un motivo doveva esserci, ma era bastato il senso di colpa nei giorni successivi alimentato dal vedere lo sconfitto così mal ridotto.
E Negri ne approfittava. Fu un sollievo sapere a giugno che lo avevano segato. Non so se potesse esser considerato un peccato anche il godere della sua bocciatura, ma mi sembrava un trionfo della giustizia più ancora che per Cantoni.
Ma stavo parlando della Pandini. Si era accorta che copiavo e lo diceva: «Raganini, tu copi!». Così, ad ogni compito in classe, si metteva in piedi davanti al mio banco: ero un sorvegliato speciale. Mi osservava pronta a vedere se mi ero scritto sulle mani, se avevo foglietti nascosti, se c’erano annotazioni sul righello…
E io copiavo. Con la più grande naturalezza aprivo il libro lasciato sul banco o usavo fogli protocollo uguali a quelli del compito. Ogni volta, tra lo stupore dei miei compagni, il giochino riusciva.