Sabato – 8.15 a.m. Mi tocca. Devo andare in quinta A. La lettera giusta per loro sarebbe la B, come Bar (della stazione). Con la differenza che alla stazione quasi tutti arrivano puntuali, mentre loro…
Quando arrivo l’aula è vuota, deserta, non c’è nemmeno la Nichelini.
Arrivano alla spicciolata ed ognuno deve fare la sua battuta o il suo enfatico saluto: «Com’è bello e radioso oggi, Professore». E sa tanto di presa per il culo. Mi son vestito apposta tutto di nero per esprimere la mia anima e il mio umore.
Lisa Penna e Sara Zecca, che oggi devono essere interrogate, entrano (in ritardo) e mi si avvicinano seducenti, sgranando gli occhi e sbattendo le ciglia: «Professore, vero che lei è buono oggi? Un Angelo!». «Sì – penso – un Angelo, non solo di nome. Sono l’Angelo della Morte, venuto a pascersi delle vostre angosce, bramoso di nutrirsi delle vostre ambasce e di smembrare le vostre tenere carni». Ma non va mai così. In fondo ho troppa pazienza. Me la sono scelta pure come indirizzo e-mail: tantapazienza@giobbe.eu. Non le interrogo, sarebbe una perdita di tempo e mi toccherebbe poi fare le interrogazioni di recupero. Comunque di solito studiano. Non so come cavolo facciano, dato il casino costante in cui mi tocca far lezione, ma per le interrogazioni e le verifiche sono quasi sempre tutti preparati e se la cavano anche bene o benissimo: sanno persino quello che ho spiegato io e che non c’è sul libro. Mi viene quasi il dubbio di esser superfluo.
Se Dio vuole, alle 8.30 dopo aver pazientemente compilato i registri e annotato le giustificazioni che hanno, o più spesso non hanno, portato, li prego in diverse lingue (ce ne sarà una che capiscono) di sedersi e stare quieti.
Finalmente inizio la lezione: «Allora, ragazzi, dopo aver visto i problemi d’insieme del dibattito epistemologico contemporaneo e le aporie che possono derivare dalla tendenza a fare della Matematica la scientia rectrix, considereremo oggi un esempio particolarmente significativo, parleremo di quello che è considerato il più importante epistemologo del Novecento: Karl Raimund Popper…» Risate dal fondo. «Mannaggia a ‘sto filosofo – penso – proprio come una droga doveva chiamarsi?». In più qualcuno mi chiede che cosa sono le apolie. «Minchia! (non lo dico – non sta bene – ma lo penso, perché quando cce vo’ cce vo’) ma che parlo cinese? E poi in quinta ancora non sapete che cosa vuol dire “aporie”? » Mi vien voglia di cambiar mestiere. E sono le 8.40.
Faticosamente riprendo il controllo della situazione. Ricomincio a parlare ed ecco si apre rumorosamente la porta. Danzando come un Dioniso ebbro, ma non di vino, entra Mascatigno. Il volume delle cuffie è così alto che non c’è bisogno di chiedergli che cosa stia ascoltando. Non ha il permesso di ammissione e mi tocca mandarlo dal Preside.
La lezione prosegue, in un normale brusio, da cui emergono soltanto il cicaleccio della signorina Pasiroli e della signorina Tuvello, che, per quanto si nascondano, non possono mimetizzare la voce. Pessina, intanto, mette alla prova le sue arti di seduttore con una compagna diversa: o lo considerano innocuo o ha realizzato il sogno dell’harem.
8.55 Ecco Mascatigno con il permesso del Preside. Annoto sul registro.
Al termine della lezione, quando ho spiegato sì e no un decimo di quel che dovevo, qualcuno si lamenta: «Professore, lei corre troppo, siamo avantissimo, non ce la facciamo a starle dietro».
Signore, donami l’oblio…